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Troppo moderno?

Scritto da Administrator
Martedì 01 Luglio 2008 08:50
Marco Bizzarini – Il Giornale di Brescia -  8 Maggio 2005
 
Sono davvero pochi i pianisti italiani che possono approdare al Festival Michelangeli e di solito si distinguono per eccezionali doti tecniche. Francesco Libetta, ieri sera ospite della rassegne per la prima volta, si è presentato al Teatro Grande con un programma ad altissimo coefficiente di difficoltà. Un programma poliedrico – com'è stato annunciato all'inizio – in parte collegato al tema Brahms, e in parte del tutto libero, poiché la notorietà internazionale di cui gode il solista gli consente anche licenze di questo tipo.

Dapprima Libetta ha eseguito con freschezza i “Papillons” op.2 di Schumann: pagine di per sé non proibitive, ma che pure si possono prestare a letture virtuosistiche, come nella Polonaise che precede il Finale, affrontata a gran velocità. Piuttosto morigerato negli indugi espressivi, l'affermato solista ha comunque dimostrato chiarezza formale, varietà di tocco e una felice resa dell'originale pagina conclusiva, quando un accordo sospeso si smorza lentamente, una nota alla volta.

Poi si sono ammirate le proibitive “Variazioni Paganini” di Brahms, con i due quaderni eseguiti per intero, secondo l'edizione “Urtext”, dunque senza alcuna omissione e con la ripetizione del tema all'inizio della seconda serie. Nelle note di sala da lui stesso firmate, Libetta scrive che in queste variazioni Brahms ricompone atmosfere reciprocamente contraddittorie in un “fiero neoclassicismo”: definizione che si attaglia perfettamente anche alla nitidissima e spettacolare interpretazione di ieri sera. Ma il pubblico negli ultimi anni sembra mostrare scarso entusiasmo nei confronti di quest'opera, ormai eseguita con frequenza dai virtuosi più agguerriti.

Forse il momento meno convincente del concerto è stato quello dedicato alle danze ungheresi di Brahms: pianismo sempre elegantissimo, ma un poco freddo; troppo moderno, verrebbe da dire.
 
Coloristicamente esemplari e travolgenti, invece, “Lavapiés” di Albeniz e la “Suite de Danzas Criollas” dell'argentino Ginastera. Qui il pubblico ha riservato al solista le acclamazioni “Bravo, bravissimo” che ci saremmo aspettate anche dopo le Variazioni di Brahms.
 
Ma il vertice della serata doveva giungere col primo bis: l'espressivo Studio op.25 n. 7 in do diesis minore di Chopin,  proposto con una rara intensità interpretativa che potrà condurre Libetta ancor più in alto nel rango dei pianisti eletti