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Ineccepibile autocontrollo, totale immedesimazione

Scritto da Administrator
Martedì 01 Luglio 2008 08:52
Michele Bosio – Vita Cattolica – 15 Febbraio 2007
 
Martedì scorso il “Ponchielli” ha vissuto il secondo recital pianistico della Stagione Concertistica 2006-2007.
Dopo il granitico Maurizio Pollini, è toccato infiammare la platea ad un altro artista italiano, Francesco Libetta.

Il programma, che già sulla carta prometteva esiti assai lusinghieri, è stato tradotto con grande maestria da un musicista dotato non solo di una solida tecnica, ma di un ineccepibile autocontrollo ed una totale capacità d'immedesimazione.
Quello che colpisce di Libetta non è lo sfoggio di una tecnica trascendentale, intendiamoci il virtuosismo c'è, ma viene reso evidente solamente in funzione di una ferma e coerente concezione musicale di fondo.

La prima parte della serata (la più riuscita), ha ha passato in rassegna, un repertorio pianistico poco frequentato nelle sale da concerto (eccezione fatta per i Valses Nobles et sentimentales di Maurice Ravel). Un itinerario che, prendendo le mosse dal postimpressionismo/neo-classicismo russo della Serenata di Igor Stravinskij – eseguita sottovoce, con tono intimo – è passato all'impressionismo romano di Ottorino Respighi.

Con i Tre preludi da melodie gregoriane, Libetta ha potuto esibire sonorità vellutate e perlacee, soprattutto nei preludi estremi, ed una ineccepibile padronanza tecnica nella toccata centrale.

Sottili, ma taglienti: danzanti, ma non conviviali i Valzer di Ravel hanno tintinnato e titillato il fine palato dell'uditorio cremonese, sigillando una prima parte davvero memorabile.

Con la seconda parte del concerto si è cambiato completamente registro. La riservatezza e l'intimità, che hanno contraddistinto l'esordio della serata, hanno poi ceduto il passo all'edonismo sonoro e rutilante di alcune parafrasi operistiche  (vale a dire traduzioni di temi più famosi di, mediante funamboliche improvvisazioni su) del “demoniaco” Franz Liszt.

Come dire un successo assicurato, soprattutto per un pubblico che non vedeva l'ora di poter contemplare gli acrobatici salti sulla tastiera, la scale, gli arpeggi, i trilli, le doppie ottave, terze, etc.
Tutto questo c'è stato, ma sempre come mezzo, non solo come fine. Intendo dire che la tecnica ed il virtuosismo vengono intesi da Libetta come un mezzo per fare la musica, non un puro e semplice “fuoco d'artificio” fine a se stesso.

L'abbondante pubblico, colpito dalla riservatezza e dall'eleganza di Libetta, è stato salutato da un intimo e lunare Notturno di Frederyck Chopin (in Re bemolle, op. 27 n. 2).